Apple: accordo raggiunto con il Fisco italiano, pagherà 318 milioni di euro

Pubblicato il: 8 gennaio 2016
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Che si tratti o meno di una vittoria del Fisco italiano contro i consulenti di Apple, non sta a noi dirlo. I fatti parlano tuttavia chiaro: Apple Italia dovrà versare 318 milioni di euro all’Agenzia delle Entrate, nell’ambito del procedimento su una presunta evasione fiscale con un mancato versamento dell’Ires per un totale di 879 milioni di euro in cinque anni, dal 2008 al 2013. Dunque, un versamento di 318 milioni di euro che, se da una parte chiude la vicenda, dall’altra parte rappresenta un buono sconto rispetto a quanto il Fisco aveva segnalato: il versamento nelle casse dell’Agenzia delle Entrate sarà infatti poco superiore a un terzo di quanto dovuto.

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Rimane, tuttavia, il centrale significato dell’intesa: con l’accordo raggiunto con l’Erario, infatti, Apple può finalmente sanare il contenzioso tributario, chiudendo l’inchiesta che contestava l’omessa dichiarazione in base all’articolo 5 del decreto legislativo 74/2000. Dalle parti della Procura sembrano essere soddisfatti di quanto ottenuto, sottolineando che si tratterebbe di un “risultato importante”, poiché sarebbe la prima volta nel mondo che il colosso di Cupertino risolve un contenzioso fiscale in uno dei Paesi in cui opera versando un maxi-risarcimento all’Erario.

Dunque, anticipando quel che potrebbe accadere, si tratta di un accordo-modello, che forse altri Paesi europei potrebbero utilizzare, anche in vista di un’omologazione delle regole sul trattamento fiscale nei casi di presunta estero-vestizione. Ad ogni modo, archiviata la vicenda con le Entrate, rimangono in piedi le indagini del procedimento penale nei confronti di tre top manager Apple: il legale rappresentante e amministratore delegato di Apple Italia Enzo Biagini, il direttore finanziario Mauro Cardaio e il manager dell’irlandese Apple Sales International Michael Thomas O’Sullivan.

Tornando invece alla questione del mancato versamento Ires, l’inchiesta ha fatto emergere come i profitti che sono stati realizzati in Italia dalla multinazionale statunitense, in base a uno schema che sarebbe stato seguito anche da altri colossi dell’hi-tech e di internet, (per i quali, tra l’altro sono aperte altre inchieste), sarebbero stati contabilizzati dalla società che ha sede in Irlanda, Paese dove la pressione fiscale è meno forte. Non certo una novità, ma – stando al risultato raggiunto – l’evidenza che, forse, qualcosa sta cambiando.

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